TEATRO

Due

DUE-_-Raoul-BovaLa presenza di Raoul Bova ha fatto registrare il “sold out” (perché non usare il semplice ed efficace ‘esaurito’?) nelle tre serate al Teatro Comunale di Thiene in cui, nell’ambito della 38^ Stagione, è stato presentato l’atto unico “Due” con Raoul Bova, appunto, e Chiara Francini, e con il testo e la regia di Luca Miniero.
La vicenda che si voleva rappresentare è quella di una coppia all’inizio di una convivenza, che nel giro di una settimana dovrebbe portare al matrimonio.
Mentre Marco è alle prese con il montaggio del letto matrimoniale, un velleitario tentativo fai-da-te non debitamente supportato dalle incomprensibili istruzioni, Paola conta i passi che stanno tra l’appartamento e il centro-città, concludendo di aver avuto un gran c… ad affittarlo.
Su questo tono si svolge la vicenda, finché la ballonzolante Paola non arriva a porsi l’immancabile quesito esistenziale: “Cosa sarà di noi tra venti anni?”
Ne segue una inconcludente sequela di supposizioni, tradimenti compresi, che si trascinano stancamente avanti fino al lieto fine dello spettacolo.
Non sappiamo se le nostre perplessità su questo spettacolo derivino dalla recitazione o dal testo proposto.
La recitazione di Raoul Bova nella parte di Marco è certamente dignitosa, frutto di mestiere, ma nulla più; comunque non tale da giustificare la fama dell’attore nell’ambito del gossip televisivo.
La Francini, nella parte di Paola, se doveva rappresentare i dubbi e le incertezze di una giovane donna di fronte alla scelta di vita che dovrebbe essere il matrimonio, non va oltre alla rappresentazione di una donna immatura e infantile, non ancora uscita dal livello di bambina viziosa e coccolata, non certo pronta a diventare responsabilmente moglie e madre.
Mai la si è vista seriosamente compresa nella domanda che si poneva o poneva al partner, atteggiandosi a capricciosa donna-bambina, con cui è un gran rischio pensare ad avviare un progetto di vita.
Una ragazza minimamente responsabile avrebbe infatti dovuto sapere che fra vent’anni lei e Marco sarebbero stati quel che insieme, in un rapporto d’amore fatto soprattutto di dedizione e sacrificio, avrebbero saputo costruire, figli compresi.
Se la Francini doveva interpretare Paola la svampita, ci è riuscita perfettamente, a volte gongolandosi persino troppo nel suo ruolo; e allora i limiti di fondo vanno ricercati nel testo che non sa affrontare in modo razionale e responsabile una situazione di convivenza che, attraverso il matrimonio, si avvia a diventare un progetto di vita, risolvendosi in una sagra di superficialità, con qualche gag divertente. Non mancano purtroppo esempi di matrimoni che, basati su sensazioni infantili ed epidermiche come quelle di Paola, sono inevitabilmente destinati a fallire per l’immaturità della coppia a vivere insieme.

Ferdinando Offelli - 21 dicembre 2017

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