CULTURA

2^ Guerra Mondiale: gli Ebrei nel Vicentino

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[nella foto Katia Bleier e Luigi Meneghello]
Da molte circostanze è possibile dedurre che, nel vicentino, le leggi razziste promanate dal governo Mussolini nel 1938 e disonorate di fronte alla storia dalla firma del Re d’Italia, nel vicentino furono subite ma mai completamente accettate, e tanto meno rispettate, con tutti i rischi che questo a quel tempo comportava.
Sugli ebrei nel vicentino esistono anzitutto due opere importanti: si tratta di “Le poche cose, gli internati ebrei nella provincia di Vicenza (1941-1945)” di Paolo Tagini (Cierre edizioni, 2006) e “Dal rifugio all’inganno” di Antonio Spinelli e Antonella Presta, del 2008, corredato da un dvd e da un sito Internet, entrambe pubblicate a cura dell’Istrevi, Istituto Storico della Resistenza di Vicenza.
A queste opere, cui facciamo comunque riferimento, vanno aggiunti alcuni altri casi di persone che hanno nascosto, protetto e salvato famiglie di ebrei che si erano rifugiate nel vicentino.
Per chiarezza storica andrebbe detto che nel periodo che va dal ’38 al 1945, non molti erano nella nostra provincia gli ebrei ‘stanziali’; lo storico Emilio Franzina parla di circa 500 persone, le quali per la gran parte alle prime avvisaglie di pericolo trovarono modo di nascondersi o di mettersi in salvo.
Per il resto si tratta soprattutto dei molti ebrei che già prima della guerra, con le loro famiglie erano fuggiti in Italia, soprattutto dalla Germania ma anche dagli altri paesi caduti sotto il giogo dei nazisti di Hitler.
Questi, che sembra ammontino a circa 10 mila persone, furono dapprima considerati ‘internati liberi’ e si provvide ad assegnarli ai vari Comuni, sostenendoli anche con un sussidio per vitto e alloggio; nel vicentino furono 26 i Comuni cui vennero assegnate piccole quote di ebrei internati, in genere nuclei famigliari, per un totale di circa 600 persone.
La situazione inizialmente tranquilla peggiorò gradual-mente man mano che anche il governo Mussolini, in ossequio alla politica di Hitler, li trasformò in ‘internati coatti’, sottoposti cioè a regole sempre più restrittive della loro libertà, con perdita del lavoro e delle proprietà, oltre che ad un rigido controllo poliziesco; finché, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, come scrive A. Spinelli, si passò ‘dal rifugio all’inganno’ con l’allestimento di 25 campi di concentramento, tra cui quello di Tonezza del Cimone, in cui gli ebrei venivano raccolti prima di essere deportati nei lager di annientamento, come Auschwitz, per la ‘soluzione finale’.
Si potrebbe dire che, nel vicentino, chi era contrario al fascismo cercò in vari modi di proteggere gli ebrei. Ve-diamo allora alcuni tra i tanti esempi.
Il prof. Giovanni Azzolin (rivista Archivio n.13) parla della prof.sa Laura Lattes, docente all’Istituto Magistrale “A. Fogazzaro” di Vicenza che, insieme ad alcuni altri colleghi, in ossequio alle leggi razziali del 1938, venne dal preside allontanata dall’insegnamento perché di razza ebraica. La prof.sa Lattes fu segretamente ospitata dalla famiglia Chilesotti di Thiene in un appartamento di loro proprietà a Padova, dove rimase nascosta fino alla fine della guerra, quando fu reintegrata nell’insegnamento.
Un capitolo importante della storia degli ebrei nel vicentino si svolse ad Arsiero dove, dopo varie peripezie, erano state confinate alcune famiglie come i Klein e i Landemann. Qui trascorsero un periodo di relativa sere-nità, benvoluti dalla gente del posto.
Dopo l’8 settembre, purtroppo, fu dato l’ordine di deportare tutti gli ebrei della zona nel campo di concentramento di Tonezza del Cimone, destinati al lager di Auschwitz. Da lì i Landmann furono avviati verso il binario 21 della stazione di Milano, diretti ad Auschwitz, insieme con gli altri ebrei raccolti nel campo di Tonezza, in tutto 45 persone.
Sul treno la moglie di Landmann riuscì ostinatamente a far valere con un ufficiale nazista le ragioni della sua famiglia mista ariana-ebrea, per cui vennero rimandati indietro, mentre gli altri 42 proseguirono verso l’annientamento.
I Klein si salvarono invece perché la moglie, all’ottavo mesi di gravidanza, non stava bene e non furono fatti partire. Intervenne allora don Antonio Frigo che, contattato il comandante partigiano Arnaldo Arnaldi, riuscì a farli portare in salvo in Svizzera. Determinanti per la loro salvezza furono la complice protezione di Don Michele Carlotto ma anche quella dei Carabinieri di Arsiero che ‘ritardarono’ di alcune ore l’esecuzione dell’ordine di ar-resto.
Per le vicende delle famiglie Landmann e soprattutto Klein si può far riferimento ai diversi numeri della pubblicazione annuale ‘Le porte della memoria’ curata dal prof. Giannico Tessari, mentre sulla vicenda del figlio Oscar Klein, Dennis Dellai ha recentemente girato il film ‘Oscar’. Rosa Marion Klein è ormai da anni ospite fissa del Giorno della Memoria nei vari Comuni del thienese.
Arnaldo Arnaldi, caduto nel rastrellamento di Granezza del settembre 1944 e Medaglia d’oro della Resistenza, aveva fondato a Fara Vic. una formazione partigiana, confluita poi nella Brigata “Mazzini”, e che, fra gli altri compiti, fu molto impegnata nel raccogliere e portare in Svizzera non solo soldati alleati sbandati dopo l’8 settembre, ma anche ebrei che erano nascosti sulle colline. Ne accenna anche Attilio Crestani nelle sue memorie “Dall’Isonzo al Chiavone” dettate a Liverio Carollo ed edite dagli Amici della Resistenza di Thiene.
Il gruppo clandestino di Fara si avvaleva nella sua attività di Mery Arnaldi, sorella di Arnaldo, della staffetta in-ternazionale Leda Scalabrin, oltre che della collaborazione dello scalatore Gino Soldà, il futuro conquistatore del K2.
Un altro Comune vicentino in cui furono internate alcune famiglie di ebrei fu Malo, dove, dopo alterne ed av-venturose avventure, dalla Jugoslavia arrivarono i coniugi Eugenio (June) Varnai e Olga Bleier; qui vissero in relativa tranquillità fino a fine guerra, quando dal campo di concentramento di Bergen Belsen furono raggiunti dalla sorella di Olga, Katia, la futura moglie dello scrittore Luigi Meneghello. Katia Bleier non ha mai voluto raccontare la sua storia di prigionia nei lager di Auschwitz e Bergen Belsen, e il marito ha scritto di aver solo intuito ‘per osmosi’ la terribile esperienza di Katia nei lager, rispettandone comunque il silenzio.
Oltre al già citato don Antonio Frigo, molto attivo fu un po’ ovunque il clero vicentino nel salvare gli ebrei nascosti.
Dal prof. Marco Niccolini, del Liceo “Brocchi” di Bassano, veniamo a sapere che a Molvena presso l’abitazione della famiglia di Eugenio Girardi, il padre Romano, su richiesta del parroco di Mure, don Giuseppe Carraro, in un vano ricavato in una intercapedine tra due stanze, aveva nascosto cinque ebrei che vi rimasero fino alla fine della guerra.
Nel dopoguerra i coniugi Tobias Glattstein e Jeannette Schorz si fecero battezzare con rito cattolico. Degli altri tre ebrei nascosti il sig. Girardi ricorda solo che uno lo chiamavano Merkel e l’altro Soranzo (un ebreo italiano di Padova).
Ancora tra il clero, anche se non nel vicentino, va ricordato mons. Giacomo Meneghello, che a Firenze, dove era segretario del cardinale Elia Dalla Costa, allora Arcivescovo di Firenze, aiutò centinaia di ebrei a mettersi in salvo, nascondendoli in seminario e in vari conventi di Firenze, al punto da venir nel 2012 annoverato come “Giusto fra le Nazioni” dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme.
Da ricordare ancora il caso di Giovanni Dal Santo, un alpino di Chiuppano che da solo, dopo l’8 settembre, fece parecchi viaggi dalla nostra zona verso il confine italo-svizzero per portare in salvo soldati alleati, tra cui il tenente inglese Sherard Veasey, oltre ad alcune famiglie di ebrei e degli ufficiali russi.
Strano è infine il caso dell’ing. Ervy Perrone, di cui parla Christopher Woods (Colombo) in “Benzina e segatura”; Perrone è definito “un ricco industriale ebreo di Torino” che aveva sposato una ragazza della zona di Ganna, dove avevano una casa e dove si rifugiarono, “in seguito alla recrudescenza della propaganda anti-ebrea a Torino”.
Nel 1944, i Perrone furono contattati dagli uomini della missione Soe, ‘Ruina-Fluvius’, comandata dal magg. John Wilkinson (Freccia) che aiutarono generosamente, sia con rifornimenti che con la loro ospitalità. Christopher Woods (Colombo) racconta di essersi preso una cotta per la figlia più giovane dell’ing. Perrone, mentre la figlia maggiore, Silvia, si era a sua volta innamorata di John Wilkinson. Questo per farci capire che tipo di relazioni si erano stabilite tra l’ebreo Perrone e gli uomini della missione Soe di ‘Freccia’.
Questi sono comunque solo alcuni dei molti casi che dimostrano non solo la presenza, ma anche l’aiuto che gli ebrei ricevettero un po’ in tutto il vicentino durante il terribile periodo della seconda guerra mondiale; un periodo in cui, in barba alle immonde leggi razziste del 1938 e al fanatismo hitleriano per la ‘soluzione finale’, nel vicentino molti ebrei trovarono aiuto ed assistenza da parte della nostra gente.

Ferdinando Offelli - 6 marzo 2018

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