Thienet
I primi 14 anni La rivista on-line di Thiene e dintorni Editor: Ferdinando Offelli   Webmaster: Fabio Costa
TEATRO
Thiene, Teatro Comunale

George Dandin, o il marito confuso

con Lello Arena e Gaia Aprea
L’hanno definita una farsa di Moliére; stiamo parlando di ‘George Dandin, o il marito confuso, recentemente andato in scena al Teatro Comunale di Thiene, nell’ambito della 25 Stagione Teatrale, con Lello Arena e Gaia Aprea come protagonisti e per la regia di Luca De Fusco.

Per noi una farsa è qualcosa che non si propone altro che farti ridere, uno sketch, insomma una specie di barzelletta animata. Forse la storia di George Dandin, il marito confuso dalla gelosia raccontato da Molière era tale, ma tale non è stata poi sulla scena.

Anzitutto tutta la farsa si svolge su una scalinata che occupa quasi totalmente la scena, con gli attori che salgono e scendono, mentre le entrate e le uscite di fanno attraverso delle improvvise aperture opportunamente sistemate sulla scalinata e che si chiudono a fine operazione. A noi, più che il relax che si richiede ad una farsa, questa sceneggiatura ha provocato un certo disagio, per non dire una certa ansia.

La vicenda narrata, che poi risulta essere un sogno, o meglio un incubo, è quella di George Dandin, un ricco commerciante che ha avuto il torto di sposare, ci verrebbe da dire di comprare con la sua ricchezza, una giovane che non si adatta a fare la morigerata mogliettina di famiglia.

La vicenda contiene anche l’aspetto denuncia, in quanto la ragazza dichiara apertamente che è stata fatta sposare dal padre squattrinato come un buon investimento, senza nemmeno chiedere il suo permesso, e senza considerare che con il commerciante era lei a doverci stare tutta la vita. A questo punto il gioco della parti, che in queste triangolazioni si fa di solito di nascosto, qui diventa scoperto e dichiarato, e il ridicolo nasce proprio dal tentare di salvare le apparenze che proprio non ci sono.

In una farsa i personaggi non devono essere credibili; se lo fossero stonerebbero. La loro funzione è di personificare un difetto, una debolezza umana. In questo senso doppiamo dire bravo a Moliére per la la tipizzazione dei difetti sulla scena ed anche agli interpreti, protagonisti e non, per la loro interpretazione.



Ferdinando Offelli - 15 mar.05