Thienet
I primi 14 anni La rivista on-line di Thiene e dintorni Editor: Ferdinando Offelli   Webmaster: Fabio Costa
TEATRO
Thiene, Teatro Comunale, Progetto Narratori

Italiani Cìncali

Parte prima: minatori in Belgio
Si è aperta al Teatro Comunale di Thiene, con uno spettacolo che fa parte di un progetto di sicuro interesse, la rassegna di teatro letterario che, affiancata alla stagione maggiore, viene definita Progetto Narratori; martedì 29 novembre infatti è andato in scena ‘Italiani Cìncali”, di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta, che ne è interprete e regista.

Ormai questo tipo di spettacolo, definibile one-man show, che ha il maestro in Paolini e con un pedigree che arriva a Dario Fo, ha assunto un suo carattere e un suo stile; per quanto diversi siano gli interpreti, il tentativo è sempre quello di sviscerare in forma di monologo, con qualche aiuto multimediale, un problema o un aspetto del nostro tempo.

Quello di cui ci parla Mario Perrotta in ‘Italiani Cìncali!”, nel suo immaginario dialogo con il postino Pinuccio (come non pensare a quello di Troisi), è il problema della emigrazione italiana in Belgio nel decennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale.

Nell’immediato dopoguerra ci furono infatti degli accordi tra Italia e Belgio per promuovere con una intensa attività di propaganda e in cambio di un preciso corrispettivo in carbone, l’emigrazione italiana in Belgio; “siamo stati venduti dallo Stato per un sacco di carbone”, dice fuori-campo uno dei minatori. E a quei tempi emigrare in Belgio significava l’obbligo di lavorare per almeno 5 anni in miniera a scavar carbone.

In Puglia, come in altre parti d’Italia, interi paesi si svuotarono di uomini in età di lavoro, e vi rimasero solo donne, vecchi e bambini; e, naturalmente, nel nostro caso, il postino Pinuccio che racconta a Signoria, un ipotetico intervistatore-narratore, di come per anni avesse assunto il ruolo specifico di scrivere e leggere, oltre a recapitarle, le lettere dei compaesani emigrati in Belgio, contribuendo a mantenere in qualche modo il contatto tra i membri di famiglie che il lavoro aveva diviso.

Lui, il postino, si sentiva di svolgere una funzione importante, facendo da filtro per non far passare informazioni sugli aspetti più gravi della condizione dell’emigrato, evitando in qualche modo le preoccupazioni dei famigliari rimasti in Italia; al contario di quanto prometteva la propaganda governativa, la vita del minatore era infatti dura, terribile e rischiosa.

La “vena 25”, per esempio, dove scavava l’amico di Pinuccio, si chiamava così perché il cunicolo in cui si entrava era alto esattamente 25 cm., come la lampada che lo illuminava; là sotto, a più di mille metri di profondità, si scavava carbone distesi per 7 ore al giorno, prima di risalire e andare a ‘vivere’ nelle baracche di un ex-lager tedesco.

Forse Pinuccio non sapeva, almeno non lo ha detto all’intervistatore, che la scarsa sicurezza nelle miniere belghe era, come oggi in Cina, una scelta economicamente obbligata, dovuta al fatto che per restare remunerativo il carbone doveva costare il meno possibile, sia per quanto riguarda la manodopera che gli impianti. Gli italiani erano arrivati in Belgio perché i belgi, per mancanza di sicurezza, si rifiutavano di scendere nelle miniere; quello era il posto per gli italiani “cìncali”, zingari.

In questo senso l’incidente di Marcinelle del 1956, proprio per la sua gravità, servì a far aprire gli occhi sul fatto che la mancanza di sicurezza era ben conosciuta ed accettata dalle autorità belghe e italiane; o almeno non fu più possibile fingere di ignorarla.

Naturalmente a lungo andare il nostro Pinuccio si dedicò anche a consolare le ‘vedove bianche’, cioè le mogli del paese i cui mariti, quando non erano morti di silicosi o in incidenti in miniera, erano comunque lontani da casa da anni.

Il monologo-dialogo di Mario Perrotta col postino Pinuccio si conclude con la sua ostinata fedeltà nel nascondere a Donna Natalia la morte in miniera del marito, il suo miglior amico, continuando a scriverle per lui fino alla morte ardenti lettere d’amore; insomma un amore alla Cyrano de Bergerac.

A Mario Perrotta sulla scena basta una sedia e un bicchiere d’acqua, mentre l’unico tecnicismo sono voci fuori campo che danno informazioni o leggono lettere di minatori. Eppure si resta affascinati dalla misura con cui l’attore porta avanti il suo racconto, toccando sensazioni e sentimenti che finiscono per coinvolgere il pubblico.
Ferdinando Offelli - 1 dic.05