Thienet
I primi 14 anni La rivista on-line di Thiene e dintorni Editor: Ferdinando Offelli   Webmaster: Fabio Costa
TEATRO
Thiene, Teatro Comunale

Memorie di Adriano

Da 18 anni un capolavoro assoluto
Spettacolo intenso e profondo, non sempre facile da seguire, ma certamente un capolavoro in senso assoluto, questo “Memorie di Adriano” con Giorgio Albertazzi e per la regia di Maurizio Scaparro, recentemente andato in scena al Teatro Comunale di Thiene nell’ambito della 27^ Stagione Teatrale.

Si tratta della trasposizione teatrale del romanzo di Marguerite Yourcenar; veramente il termine tecnico è “riduzione”, che è opera di Jean Launay, con cui ciò che si legge sul libro, viene riassunto e trasformato in una narrazione parlato, inframezzata da scene e danze.

La vicenda, se di vicenda si può parlare, è quella dell’imperatore Adriano che scrive una lettera a Marco Aurelio, in cui descrive la sua esperienza umana ormai avviata al tramonto; così mentre fluisce il ricordo, la scena si anima con intermezzi parlati, cantati e danzati, in una sapiente dosatura che non rompe mai l’equilibrio del tutto.

C’è anzitutto da chiedersi perché questo spettacolo resista in cartellone da ben 18 anni, se il suo debutto è avvenuto a Roma nel 1989, ed abbia recentemente superato le 500 repliche. Come sempre, queste domande implicano una pluralità di risposte.

È stato detto che Adriano, così come lo ha storicamente ricostruito la Yourcenar, è l’uomo dopo la caduta degli dei del mondo greco-romano, ormai svuotati di credibilità, e prima dell’arrivo rivoluzionario di Cristo. Un momento della storia in cui l’uomo si è ritrovato solo, ridotto alla sua essenza, padrone del proprio destino, e che accetta con malinconica serenità le leggi imposte dalla natura alla vita umana.

Adriano che, sul libro e sulla scena, dichiara di “parlare latino ma di pensare in greco”, è portatore di quell’ideale di equilibrio e armonia, a cui vanno ricondotti gli elementi discordanti e che coincide con l’ideale della “bellezza”, come unica forma di felicità che l’uomo può perseguire sulla terra, prima delle ombre a cui ci apre la morte.

Resta da stabilire in che misura Giorgio Albertazzi, in oltre 500 repliche dello spettacolo, sia diventato Adriano; lui stesso parla di una immedesimazione che va ben oltre l’interpretazione di un personaggio sulla scena del teatro.

Ed è forse per questo che nel finale dello spettacolo è difficile distinguere se sulla scena ci sia Adriano, l’uomo di fronte alla morte, o Giorgio Albertazzi, in un momento topico di enorme spessore artistico, con il quale il teatro ci riporta con pensosa serenità alla nostra condizione umana.
Ferdinando Offelli - 15 feb.07