Thienet
I primi 14 anni La rivista on-line di Thiene e dintorni Editor: Ferdinando Offelli   Webmaster: Fabio Costa
TEATRO
Thiene, Teatro Comunale, 30^Stagione Teatrale

La tempesta

Shakespeare sull’isola che non c’è
Ci è relativamente piaciuta questa messa in scena de “La tempesta” di William Shakespeare recentemente presentata al Teatro Comunale di Thiene, nell’ambito della 30^ Stagione Teatrale, con protagonista Umberto Orsini e per la regia di Andrea De Rosa.
E il nostro ‘relativamente’ va spiegato: anzitutto si riferisce alla regia, intervenuta pesantemente sull’originale, al punto da farci chiedere cosa sia rimasto del capolavoro di Shakespeare nella versione di De Rosa.
Sgombriamo anzitutto il campo dall’aspetto recitativo; nel ruolo di Prospero, Umberto Orsini si conferma un grande attore, un efficace interprete dei ruoli che gli sono affidati, capace di sostenere da solo l’azione scenica.
Meno efficace la recitazione degli altri personaggi, per i quali si può parlare più di mestiere che di professionalità; conturbante comunque il personaggio di Calibano.
Cominciamo dal testo, con l’originale che nel cigno dell’Avon era di 5 atti, qui ridotti ad un atto unico di poco più di un’ora. Una compressione che secondo noi non ha mantenuto lo spirito dell’opera shakesperiana, se non con un benevolo “liberamente tratto da…”.
Certamente efficace nella sua essenzialità la scenografia, con quella enorme striscia rossa centrale con cui svolge il gioco scenico.
Dovendo riassumere il nostro relativamente, ci verrebbe da dire che la messa in scena di De Rosa pecca di una eccessiva “napolitanità”, se ci si passa il termine.
Ma che ci azzecca, ci siamo chiesti, il dialetto napoletano con il testo shakespeariano. Già seguire la profondità del testo originale, pur nella traduzione, non è facile per lo spettatore normale; se a questo aggiungiamo il fatto che gli attori recitano in uno stretto dialetto napoletano, magari col solito vezzo di non essere sempre rivolti al pubblico, ne risulta fortemente compromessa la nostra possibilità di comprendere, e quindi di gustare, quanto vien detto. Quando Eduardo De Filippo ha tradotto in napoletano “La tempesta” di W. Shakespeare probabilmente sapeva di rivolgersi ad un pubblico che aveva dimestichezza con quel dialetto, escludendo gli altri dalla possibilità di goderne la spontaneità.
Una napolitanità che riguarda anche alcuni aspetti scenici, come gli assordanti scoppi e rumori, che ti fanno saltare sulla poltrona senza avere una reale plausibilità drammatica. Non siamo chiusi agli effetti speciali; Ariel che scende dall’alto ci è parso perfettamente plausibile sul piano scenico.
C’è infine, soprattutto nel personaggio di Calibano, per altro efficacemente interpretato, una ricerca e una sottolineatura di disgusto, certamente molto lontane dalla sensibilità di William Shakespeare, oltre che dalla nostra.
Spiegato questo nostro ‘relativamente’, possiamo anche ammettere che siamo di fronte a quel che normalmente passa per “grande teatro”, per quanto solo lontanamente imparentato con William Shakespeare.
Ferdinando Offelli - 17 gen.10